02/09/2026, Pierfrancesco Frerè
CAMPO LARGO, CANTIERE STRETTO:
TRA RANUCCI E CALABRESI
Il cantiere del Campo Largo si fa sempre più stretto: il nodo resta quello delle primarie. Elly Schlein è decisa a non rinunciarvi, sostenuta dalla “new entry” Matteo Renzi, per conquistare senza equivoci la premiership del centrosinistra; idem Giuseppe Conte, la cui discesa in campo è soprattutto mirata ad aprire la strada al sindaco di Roma Roberto Gualtieri come candidato di compromesso tra le due anime dell’opposizione, con l’impegno – in caso di vittoria – del ministero degli Esteri al leader 5 Stelle e del Quirinale a Pierferdinando Casini (che si muove da sempre in apnea per il suo tanto agognato traguardo).
Ma sono calcoli da Prima Repubblica, che scontano soprattutto la difficoltà di ampliare il Campo Largo ai moderati. Lo dimostra il vecchio vizio dei giornalisti, di tutti i colori, di scendere in campo con la propria formula magica: basti pensare agli ex studenti del Tasso di Roma (dove ha studiato con loro anche il sottoscritto) da Tajani a Veltroni, da Gasparri a Follini, tutti giunti ai vertici della politica italiana.
Adesso tocca a Sigfrido Ranucci e Mario Calabresi: il primo si candiderà con ogni probabilità alle politiche con una linea di civismo apartitico di extrasinistra, il secondo intende correre per la carica di sindaco di Milano da “esterno” (qualunque cosa ciò significhi).
C’è un filo rosso che collega i due casi: l’intenzione di presentarsi al di fuori dei classici schieramenti, Ranucci con l’idea di incarnare il martire della libertà di stampa che recupera i delusi dell’italico riformismo (un po’ appesantito peraltro dalle sue frequentazioni con un personaggio opaco come Valter Lavitola), il secondo con l’idea di essere l’uomo che riuscirà a portare Azione di Carlo Calenda nel Campo Largo per garantire il sorpasso sul centrodestra (peraltro anche Calabresi non viene certo ricordato per le sue performance di direttore della Stampa e di Repubblica, giornali che col centrismo hanno poco a che fare).
La domanda è se tutto ciò sia quello che davvero serve all’opposizione per sfidare una donna come Giorgia Meloni che ha battuto tutti i record di longevità di un governo: il che qualcosa dovrà pure significare e che nessuno ha saputo prevedere, nemmeno Silvio Berlusconi che non poteva tollerare l’idea di essere sorpassato in curva da una ragazza del popolo la quale ha dimostrato di avere le palle più di tanti uomini tutto chiesa e confessionale (anche laico).
Ne deriva una cosa molto semplice: la Meloni ha la ricandidatura in tasca e nessuno sfidante, dall’altra parte c’è solo confusione su chi guiderà il centrosinistra alle politiche. E l’affollarsi di personaggi che sgomitano per “rendersi utili” (da Calabresi a Ranucci e a Salis), senza aver prima chiarito quali sono i poteri forti che li sostengono, giustifica le paure e l’irritazione della segretaria democratica: Elly ha capito che gli anziani maggiorenti del Pd, sostenuti dai vecchi ex democristiani e popolari, la vogliono fare fuori politicamente. E se dovesse vincere le primarie, è da dimostrare che la sosterrebbero nella corsa a palazzo Chigi. Parola di Romano Prodi.

